Mitridate, Rè di Ponto (Mitridates, král pontský)

Wolfgang Amadeus Mozart

Původní premiéra opery Mitridates, král pontský se konala 26.12.1770 v Teatro Regio Ducal v Miláně, které stálo na místě dnešní milánské La Scaly. Tvorbu této opery Mozartovi zadal lombardský generální guvernér hrabě Karl Joseph von Firmian. Mozart osobně řídil první tři představení a jeho Mitridates měl velký úspěch. Díky tomuto úspěchu dostal objednávku na další dvě opery pro Milán.
Osoby a obsazení premiéry:
Mitridate : Guglielmo d'Ettore (tenor)
Aspasia : Antonia Bernasconi (soprán)
Sifare : Pietro Benedetti (soprán)
Farnace : Giuseppe Cicognani (kontraalt)
Ismene : Anna Francesca Varese (soprán)
Marzio : Gasparo Bassano (tenor)
Arbate : Pietro Muschietti (soprán)
Libreto napsal Vittorio Amadeo Cigna-Santi podle Racinovo tragédie Mithridate v italském překladu Giuseppe Pariniho


LIBRETO


ATTO PRIMO

Scena Prima

(Piazza di Ninfea, con veduta in lontano dalla porta
della città. Sifare con seguito d'ufficiali e soldati, ed
Arbate coi Capi de' cittadini, uno de' quali porta sopra
un bacile le chiavi della città.)


(Recitativo)

ARBATE
Vieni, Signor. Più che le mie parole l'omaggio delle
schiere, del popolo il concorso, e la dipinta sul volto
di ciascun gioia sincera abbastanza ti spiega in questo
giorno quanto esulti Ninfea nel tuo ritorno.

SIFARE
Questi di vostra fede contrassegni gradisco. Altri
maggiori però ne attesi, e non dovea ricetto qui
Farnace trovar.

ARBATE
Del regno adunque può già la gelosia render nemico
Sifare del german?

SIFARE
La bella Greca che del gran Mitridate gli affetti meritò,
di questo seno fu pur anche la fiamma, ed è la prima
cagion, benchè innocente delle gare fraterne.

ARBATE
Oh quanto ti precorse colle brame e coi voti il dolente
suo cor!

SIFARE
Se il ver mi narri, molto a sperar mi resta, e tutto io
spero, se di Roma fra il servo e fra 'l nemico osa Arbate
appigliarsi al partito miglior.

ARBATE
Se l'oso! E puoi dubitarne, o Signor? Quel zelo istesso,
che al tuo gran genitore mi strinse, in tuo favore qui
tutto impegno, e tu vedrai Farnace, mercè del mio
valor, della mia fede, girne altrove a cercar e sposa e
sede.

(parte col seguito)

Scena Seconda

(Recitativo)

SIFARE
Se a me s'unisce Arbate,
che non posso ottener?

ASPASIA
Il tuo soccorso, Signor, vengo a implorar. Afflitta,
incerta, vedova pria che sposa al miglior figlio di
Mitridate il chiedo. Ah non sia vero, che il sangue che
t'unisce al tuo germano d'una infelice al pianto prevalga
in questo dì. Barbaro, audace, ingiurioso al padre, egli
al mio core ch'è libero, che l'odia, impone amore.

SIFARE
Regina, i tuoi timori deh calma per pietà. Finch'io
respiro, libero è il tuo voler, e andrà Farnace forza
altrove ad usar. Ma chi t'adora, se chiami delinquente,
sappi ch'io son di lui meno innocente.

ASPASIA
Che ascolto, oh Ciel!

SIFARE
Non ti sdegnar: diverso dall'amor del germano di Farnace
è l'amor. No, mia conquista, se da lui ti difendo, non
diverrai. Ma quando t'avrò resa a te stessa, aborrirai
quanto il nemico di difensore? Ed io, per premio di mia
fè per compiacerti, risolvere dovrò di non vederti?

ASPASIA
Dello stato, in cui sono prence, se sei cortese,
tanto non t'abusar.

SIFARE
Io non ne abuso, allor che ti difendo senza sperar
mercè, quando prometto, bell' Aspasia, ubbidirti,
e poi celarmi per sempre agli occhi tuoi.

ASPASIA
Forse prometti ciò ch'eseguir non sei capace.

SIFARE
E ad onta de' giuramenti miei dunque paventi,
ch'io possa teco ancora tiranno divenir?

ASPASIA
Contro Farnace chiedo aita, o Signor, dall' empie mani
salvami pria: Quest'è il mio voto. Allora d'usarmi
iniqua forza d'uopo non ti sarà, perch'io t'accordi di
vedermi il piacer, e tu fors' anche meglio conoscerai
qual sia quel core, ch'ora ingiusto accusar puoi di
rigore.

N. 1 Aria

Al destin, che la minaccia,
togli, oh Dio! quest'alma oppressa,
prima rendimi a me stessa
e poi sdegnati con me.

Come vuoi d'un rischio in faccia,
ch'io risponda a' detti tuoi?
Ah conoscermi tu puoi
E 'l mio cor ben sai qual è.

(esce)

Scena Terza

(Recitativo accompagnato)

SIFARE
Qual tumulto nell'alma quel parlar mi destò! Con più di
forza rigermogliar vi sento speranze mie quasi perdute.
Un novo sprone per voi s'aggiunge oggi alla mia virtù.
Tronchinsi ormai le inutili dimore, e la mercede, che
prometter mi sembra il caro bene, ah si meriti almen, se
non s'ottiene.

N.2. Aria

Soffre il mio cor con pace
una beltà tiranna,
l'orgoglio d'un audace,
no tollerar non sa.

M'affanna, e non m'offende
chi può negarmi amore.
Ma di furor m'accende
chi mio rival si fa.

(parte col suo seguito)

Scena Quarta

(Tempio di venere con ara accesa ed adorna di
mirti e di rose. Farnace, Aspasia, soldati di
Farnace all'intorno e sacerdoti vicini all'ara)

(Recitativo)

FARNACE
Sin a quando, o Regina, sarai contraria alle mie brame?
Ah fuggi, sì fuggi, e meco vieni. Te impaziente attende
di Ponto il soglio, e ognun vederti brama sua regina e
mia sposa. All' ara innanzi dammi la destra. E mentre
con auspicio più lieto s'assicura il diadema alle tue
tempia le promesse del padre il figlio adempia.

ASPASIA
Per vendicare un padre dai Romani trafitto scettri io
non ho, non ho soldati, e solo unico avanzo delle mie
fortune mi resta il mio gran cor. Ah, questo almeno
serbi la fè dovuta al genitore, nè si vegga la figlia
porger la man sacrilega, ed audace all'amico di Roma,
al vil Farnace.

FARNACE
Quasi deboli pretesti son questi, che t'infingi,
e chi ti disse che amico di Roma io son?
Sposa or ti voglio.

(la piglia a forza per mano)

E al mio volere omai contrasti invano.

ASPASIA
Sifare, dove sei?

(guardando agitata per la scena)
Scena Quinta

(entra Sifare)

(Recitativo)

SIFARE
Ferma, o germano, ed in Aspasia apprendi
Sifare a rispettar.

FARNACE
(ed Aspasia con risentimento)
Intendo, ingrata, meglio adesso il tuo cor. De' tuoi
rifiuti costui forse è cagion. Ei di Farnace e' amante
più felice, e men ti spiace.

SIFARE
(a Farnace)
Suo difensor qui sono. E chi quel core tiranneggiar
pretende di tutto il mio furor degno si rende.

FARNACE
Con tanto fasto in Colco a favellar sen vada
Sifare a' suoi vassalli.

SIFARE
In Colco e in questa Reggia così posso parlar.

FARNACE
Potresti qui pur le mie mani versar l'alma col sangue.

SIFARE
(vuol mettere mano alla spada e cosi pure Farnace)
A tanto ardire cosi rispondo.

ASPASIA
(trattenendo i due fratelli)
Ah no, fermate.

Scena Sesta

(Recitativo)

ARBATE
All'ire freno, Principi, olà. D' armate prore già tutto
ingombro il mar, e Mitridate di se stesso a recar più
certo avviso al porto di Ninfea viene improvviso.

SIFARE
Il Padre!

FARNACE
Mitridate!

ARBATE
A me foriero ne fu rapido legno Ah si deponga ogni
gara fra voi, cessi ogni lite, e meco il padre ad onorar
venite.

N.3 Aria

L'odio nel cor frenate,
torni fra voi la pace,
un padre paventate,
che perdonar non sa.
S'oggi il fraterno amore
cessa in entrambi e tace,
dal giusto suo rigore,
che vi difenderà?

(parte)

Scena Settima

(Recitativo)

FARNACE
Principe, che facemmo?

SIFARE
Io nel mio core rimproveri non sento.

ASPASIA
Oh ritorno fatal!
Sifare, addio.-

N.4 Aria

Nel sen mi palpita dolente il core;
mi chiama al piangere il mio dolore;
non so resistere, non so restar.
Ma se di lagrime umido ho il ciglio,
è solo, credimi, il tuo periglio
la cagion barbara del mio penar.

(parte, e si ritirano pure i sacerdoti)

Scena Ottava

(Recitativo)

FARNACE
Un tale addio, germano, si spiega assai: ma il tempo
altro esige da noi. Ritorna il padre, quanto infelice più,
tanto più fiero, pensaci: in tuo favore tu pronte hai le
tue schiere, a me non manca un altro braccio. Il nostro
perdono si assicuri, a lui l'ingresso della città si chiuda,
e giuste ei dia le leggi, o si deluda.

SIFARE
Nota a me stesso io son, noto abbastanza m'è il genitor:
ma quando ritorna Mitridate più non so che ubbidir.

FARNACE
Adesso almeno cautamente si celi il segreto comun,
nè sia tradito dal germano il german.

SIFARE
Saprò geloso anche con mio periglio fido
german serbami, e fido figlio.

N.5 Aria

Parto: Nel gran cimento
sarò germano e figlio;
eguale al tuo periglio
la sorte mia sarà.
T'adopra a tuo talento;
nè in me mancar giammai
vedrai la fedeltà.

(parte coi suoi solati)

Scena Nona

(Recitativo)

FARNACE
Eccovi in un momento sconvolti i miei disegni.

MARZIO
A un vil timore Farnace ancor non s'abbandoni.

FARNACE
E quale speranza a me più resta, se nemica fortuna
sul capo mio tutto il suo sdegno aduna?

MARZIO
Maggior d'ogg' altro fato e 'il gran fato di Roma,
e pria che sorga nel ciel novella aurora, ne avrai più
certe prove.

FARNACE
Alla tua fede mi raccomando, amico: il mio periglio tu
stesso vedi. In mia difesa ah tosto movan l'aquile altere,
a cui precorre la vittoria e il terror. Poi quando ancora
sia di Roma maggior l'empio mio fato, ah si mora bensì,
ma vendicato.

N.6 Aria

Venga pur, minacci e frema
l'implacabil genitore,
al suo sdegno, al suo furore
questo cor non cederà.

Roma in me rispetti e tema
men feroce e men severo,
più barbaro, o più fiero
l'ira sua mi renderà.

(parte con Marzio seguito da suoi soldati)

Scena Decima

(Porto di mare, con due flotte ancorate in siti opposti
del canale. Da una parte veduta della città di Ninfea.
Si viene accostando al suono di lieta sinfonia un altra
squadra di vascelli, dal maggior de' quali sbarcano
Mitridate ed Ismene, quegli seguito dalla guardia
reale, e questa da una schiera di Parti. Arbate con
seguito gli accoglie sul lido. Si prosiegue poi di mano
in mano lo sbarco delle soldatesche; le quali si vanno
disponendo in bella ordinanza sulla spiaggia)


N.7 Marcia

N.8 Cavatina

MITRIDATE
Se di lauri il crine adorno
fide spiaggie, a voi non torno.
Tinto almen non porto il volto
di vergogna e di rossor.

Anche vinto e anche oppresso
io mi serbo ognor l'istesso
e vi reco in petto accolto
sempre eguale il mio gran cor.

(Recitativo)

Tu mi rivedi, Arbate, ma quel più non rivedi
felice Mitridate, a cui Roma lungamente fu dato
bilanciare il destin. Tutti ha dispersi d'otto lustri
i sudor sola una notte a Pompeo fortunata, a me
fatale.

ISMENE
Il rammentar che vale, Signor, una sventura per cui
la gloria tua nulla s'oscura? Tregua i pensier funesti su
quest'amico lido per breve spazio almeno abbian da noi.
Dove son, Mitridate, i figli tuoi?

ARBATE
Dalla Reggia vicina ecco gli affretta
al piè del genitore il rispetto e l'amore.

Scena Undicesima

(Recitativo)

SIFARE
Su la temuta destra mentre l'un figlio e l'altro
un bacio imprime tutti i sensi del cor, padre t'esprime.

MITRIDATE
Principi, qual consiglio in sì grand'uopo, e la Colchide e
il Ponto, che al tuo valor commisi e alla tua fede, vi fece
abbandonar?

FARNACE
L'infausto grido della tua morte l'un dell'altro ignaro
quà ne trasse, o Signor. Noi fortunati, che nel renderci
rei del trascredito cenno il bel contento abbiam di
riveder salvo chi tanto stato è finora e sospirato e
pianto!

ISMENE
Perchè fra i suoi contenti dissimula Farnace quello,
che prova in riveder la figlia del partico Monarca?

FARNACE
Oh rimprovero acerbo!

MITRIDATE
Entrambi, o figli, men giudice, che padre voi qui mi
ritrovate. Il primo intanto l'imprudente trascorso ad
emendar tu sii, Farnace. Ismene, che amasti, il so, viene
tua sposa: in lei Mitridate al combattuto soglio ravvisa
un nuovo appoggio: al nodo eccelso, ch'io stesso
ricercai, l'alma prepara, e di tal sorte a farti degno
impara.

FARNACE
Signor...

MITRIDATE
Ai regi tetti dove in breve io ti seguo, o Principessa, e
Sifare e Farnace, scorgano i passi tuoi. Meco soltanto
rimanga Arbate.

ISMENE
Io ti precedo, o Sire, ma porto nel seno un segreto
timor, che mi predice quanto poco il mio cor sarà felice.

N.9 Aria

In faccia all' oggetto,
che m'arde d'amore,
dovrei sol diletto
sentirmi nel core.
Ma sento un tormento,
che intender non so.

Qual labbro che tace,
quel torbido ciglio
la cara mia pace
già mette in periglio,
già dice che solo
penare dovrò.

(parte ed entra nella città con Sifare e Farnace,
seguita dai Parti)

Scena Dodicesima

(Recitativo)

MITRIDATE
Teme Ismene a ragion: ma più di lei teme il mio cor.
Sappilo, Arbate, io stesso dopo il fatal conflitto la fama
di mia morte confermar tra voi feci acciò che poi nel
giungere improvviso non fossero gli oltraggi a me celati,
che soffro, oh Dio, da due miei figli ingrati.

ARBATE
Da due tuoi figli?

MITRIDATE
Ascolta; in mezzo all'ira Sifare da Farnace giusto è
ben ch'io distingua. Ma qui che si facea? Forse hanno
entrambi preteso amor della Regina. A quale di lor
sembra che Aspasia dia più facile l'orecchio? Io stesso a
lei in quale aspetto ho da mostrarmi? Ah parla e quanto
mai vedesti e quanto sai? Fa, che sia noto a Mitridate
ormai?

ARBATE
Signor, Farnace appena entrò nella città che impaziente
corse a parlar d'amore alla Regina, a lei di Ponto il trono
colla destra di sposo offrendo in dono.

MITRIDATE
Empio! Senza lasciarle tempo a spargere
almeno le lagrime dovute al cener mio!
E Sifare?

ARBATE
Finora segno d'amore in lui non vidi. E sembra, che
degno figlio di Mitridate ei volga sol di guerra pensieri
e di vendetta.

MITRIDATE
Ma pure quale a Ninfea disegno l'affrettò?

ARBATE
Quel di serbasi colla forza dell'armi, e col coraggio
ciò che parte ei credea del suo retaggio.

MITRIDATE
Ah questo è il minor premio che un figlio tal propor si
deve. A lui vanne, Arbate, e lo accerta del paterno amor
mio. Farnace intanto cautamente si osservi.

ARBATE
Il real cenno io volo ubbidiente ad eseguir.-

(fra sé)

Che mai rivolge in mente!-

(parte)

Scena Tredicesima

(Recitativo accompagnato)

MITRIDATE
Respira alfin, respira, o cor di Mitridate. Il più crudele
de' tuoi timori ecco svanì. Quel figlio si caro a te fido
ritrovi, e in lui non vedrai costretto a punire un rival
troppo diletto. M'offenda pur Farnace: egli non offre
al mio furor geloso che un odiato figlio a me nemico a
de' Romani ammiratore antico. Ah se ma l'ama Aspasia,
se un affetto ei mi toglie a me dovuto, non speri traditor
da me perdono: per lui mi scordo già che padre io sono.

N.10 Aria

Quel ribelle e quell'ingrato
vuò che al piè mi cada esangue,
e saprò nel empio sangue
più d'un fallo vendicar.

(parte)

ATTO SECONDO


Scena Prima


(Recitativo)


ISMENE

Questo è l'amor, Farnace, questa è la fè che mi giurasti? 

E quando varco provincie e regni, e al mar m'affido sol 

per unirmi teco, di conoscermi appena tu mostri, 

ingrato, ed io schernita amante ti trovo adorator d'altro 

sembiante?


FARNACE

Che vuoi, ch'io dica, o Principessa? È vero che un 

tempo t'adorai. Da te lontano venne l'ardor scemando

a poco a poco, si estinse alfin, e a un nuovo amor diè 

loco.


ISMENE

Anch'io da te lontana vissi finora, e pur...


FARNACE

Questi d'amore sono i soliti scherzi, e tu più saggia, 

senza dolerti tanto de' tradimenti miei, 

sprezzami infido e consolarti dei.


ISMENE

Inver deve assai poco la perdita costar d'un simil bene: 

ma nata al soglio Ismene deve un altro dovere aver 

presente. Non basta alle mie pari chi le disprezza il 

disprezzar. Richiede o riparo o vendetta quell'oltraggio 

ch'io soffro, e a Mitridate saprò chiederla io stessa.


FARNACE

Ad irritarlo contro un figlio aborrito poca fatica hai 

da durar: ma tanto non sperar, no che possa il suo rigore 

da nuova vita ad un estinto amore.


N.11 Aria


Va, l'error mio palesa,

e la mia pena affretta,

ma cara la vendetta,

forse ti costerà.


Quando si lieve offesa

punita in me vedrai

tu stessa accuserai

di troppa crudeltà.


(parte)


Scena Seconda


(Recitativo)


ISMENE

Perfido, ascolta... Ah Mitridate!


MITRIDATE

In volto abbastanza io ti leggo, o Principessa, ciò che 

vuoi dir, ciò che tu brami. Avrai di Farnace vendetta. 

Egli del pari te offende e il genitor. Solo una prova mi 

basta ancor de' suoi delitti e poi decisa è la sua sorte, 

nè esser figlio il salverà da morte.


ISMENE

Parli di morte? Ah Sire.


MITRIDATE

Vanne, e comincia a scordarti di lui. 

Più degno sposo forse in Sifare avrai.


ISMENE

Ma quello non sarà , che tanto amai.


(si ritira)


Scena Terza


(Recitativo)


ASPASIA

Eccomi a' cenni tuoi.


MITRIDATE

Diletta Aspasia, le sventure maggiori saran dolci 

per me, se pur sventura per te non fosse il mio ritorno. 

Assai mi son teco spiegato, e il pegno illustre che porti 

di mia fè, quanto mi devi ti rammenta abbastanza. Oggi 

nel tempio anche la tua mi si assicuri: Altrove la mia 

gloria ne chiama, ed io ritorno farò teco alle navi al 

nuovo giorno.


ASPASIA

Signor, tutto tu puoi: chi mi diè vita del tuo voler 

schiava mi rese, e sia sol l'ubbidirti la risposta mia.


MITRIDATE

Di vittima costretta in guisa adunque meco all'ara 

verrai. Barbara, intendo: Tu sdegni un infelice. Più 

che non credi io ti comprendo, e vedo che il ver pur 

troppo a me fu detto. Un figlio qui ti seduce e tu 

l'ascolti, ingrata. Ma di quel pianto infido poco ei 

godrà. Custodi. Sifare a me.


(escono due guardie, ebbe ricevuto l'ordine si ritirano)


ASPASIA

che far pretendi? Ah Sire. Sifare...


MITRIDATE

Il so, m'è fido e forse meno arrossirai. se d'un malnato 

affetto potesse un figlio tal esser l'oggetto. Ma che tenti 

Farnace sin rapirmi la sposa, e che tu adori un empio ed 

un audace, che privo di virtù, senza rossore...


(a Sifare, che giunge)


Vieni, o figlio, è tradito il genitore.


Scena Quarta


(Recitativo)


ASPASIA

Respiro, o Dei!-


SIFARE

Signor, che avvenne?


MITRIDATE

Amante è il tuo german d'Aspasia , essa di lui. Tu la cui 

fè non scuote d'un german d'una madre il vile esempio, 

dalle trame d'un empio libera Mitridate, a quest'ingrata 

rammenta il suo dover, dille che tema d'irritar l'ire mie, 

che amor sprezzato può diventar furore in un momento, 

e che tardo sarebbe il pentimento.


N.12 Aria


(a Sifare)


Tu, che fedel mi sei,

serbami, oh Dio! quel core:


(a Aspasia)


Tu, ingrata, i sdegni miei

lascia di cimentar.


(parte)


Scena Quinta


(Recitativo)


SIFARE

Che dirò? Che ascoltai? Numi! 

E fia vero, che sia di tanto sdegno sol Farnace cagion, 

perchè a te caro?


ASPASIA

A me caro Farnace? A Mitridate, che del mio cor 

non penetrò l'arcano, perdon un tal sospetto, non a 

Sifare, no.


SIFARE

Or qual è mai il rival fortunato?


ASPASIA

Ancor nol sai? Dubiti ancor? Dì, chi pregai poc'anzi. 

perchè mi fosse scudo contro un'ingiusta forza? E chi 

finora senza movermi a sdegno di parlarmi d'amor, 

dimmi fu degno?


SIFARE

Che intendo! Io dunque sono l'avventuroso reo?


ASPASIA

Pur troppo, o Prence , mi seducesti, e mio malgrado 

ancora sento, che questo cor sempre t'adora. Da una 

legge tiranna costretta io tel celai, ma alfine.... 

Oh Dei! Che reca Arbate?


Scena Sesta


(Recitativo)


ARBATE

Alla tua fede il padre, Sifare, applaude, e trattenendo 

il colpo che Farnace opprimea, nel campo entrambi

chiama i figli ed Aspasia. Anche Ismene presente, 

spettatrice non vana a quel ch'io credo, si brama al 

gran congresso; il cenno è questo: recato io l'ho: 

da voi s'adempia il resto.


(parte)


Scena Settima


(Recitativo)


ASPASIA

Oh giorno di dolore!


SIFARE

Oh momento fatale, che mi fa de' viventi il più felice, 

e 'l più misero ancor? Che non tacesti, adorata Regina? 

Io t'avrei forse con più costanza in braccio mirata 

al genitor.


ASPASIA

Deh non cerchiamo d'indebolirci inutilmente. Io tutto 

ciò, che m'impone il mio dover comprendo, ma di tua 

fede anche una prova attendo.


SIFARE

Che puoi bramar?


ASPASIA

Dagli occhi miei t'invola, non vedermi mai più.


SIFARE

Crudel commando!


ASPASIA

Necessario però. troppo m'è nota la debolezza mia; 

forse maggiore di lei non è la mia virtù: potrebbe nel 

vederti talor fuggir dal seno un indegno sospiro, e 

l'alma poi verso l'unico e solo suo ben, da cui la vuol 

divisa il cielo, prender cosi furtivamente il volo. Misera 

qual orrore sarebbe il mio! Quale rimorso! E come 

potrei lavar macchia sì rea giammai se non col sangue 

mio! Deh se fu pura la fiamma tua, da un tal cimento, o 

caro, libera la mia gloria. Il duro passo ti costa, il so, 

ma questo passo, oh quanto anche a me costerà 

d'affanno e pianto!


(Recitativo accompagnato)


SIFARE

Non più, regina, oh Dio! non più. Se vuoi Sifare 

ubbidiente, a questo segno tenera tanto ah non mostrarti 

a lui. Delle sventure altrui, del tuo cordoglio l'empia 

cagione io fui svelandoti il mio cor, portando al soglio 

del caro genitore l'insana smania d'un ingiusto amore. 

Ah perchè sul mio labbro, o sommi Dei, con fulmine 

improvviso annientar non sapeste i detti miei! 

Innocente morrei...


ASPASIA

Sifare, e dove impeto sconsigliato ti trasporta? 

Che di più vuoi da me? Ritorna, oh Dio! alla ragion, 

se pur non mi vuoi morta.


SIFARE

Ah no; perdon, errai. Ti lascio in seno all'innocenza tua. 

Da te m'involo, perchè tu vuoi così, perchè lo chiede la 

fede, il dover mio, la pace del tuo cor... 

Aspasia, addio.


N.13 Aria


Lungi da te mio bene

se vuoi, ch'io porti il piede,

non rammentar le pene

che provi, o cara, in te.


Parto, mia bella , addio, 

che se con te più resto

ogni dovere oblio

mi scordo ancor di me.


(si ritira)


Scena Ottava


(Recitativo accompagnato)


ASPASIA

Grazie ai Numi partì. Ma tu qual resti, sventurato mio 

cor! Ah giacché fosti di pronunziar capace la sentenza 

crudel, siegui l'impresa, che ti dettò virtù. Scorda un 

oggetto per te fatal, rifletti alla tua gloria e assicura cosi 

la tua vittoria. Ingannata ch'io son! Tentar lo posso e 

tenterò poichè 'l prescrive, ahi lassa tanto giusto il 

dover, quanto inumano; ma lo sperar di conseguirlo è 

vano.


N.14 Aria


Nel grave tormento,

che il seno m'opprime,

mancare già sento

la pace del cor.


Al fiero contrasto

resister non basto;

e strazia quest'alma

dovere ed amor.


Scena Nona


(Campo di Mitridate. Alla destra del teatro e sul

davanti gran padiglione reale con sedili. Indietro folta

selva ad esercito schierato ecc. Mitridate, Ismene ed

Arbate, guardie reali vicino al padiglione, e soldati

parti in faccia al medesimo)


(Recitativo)


MITRIDATE

Qui, dove la vendetta si prepara dell'Asia, 

o Principessa, meco seder ti piaccia.


(siedono Mitridate ed Ismene)


ISMENE

A' cenni tuoi pronta ubbidisco. Ma Farnace?


MITRIDATE

Ancora, mercè di tue preghiere, pende indeciso il suo 

destino. Al cielo piacesse almen, ch'oltre un rivale in 

lui non trovassi un traditor!


ISMENE

Che dici!


MITRIDATE

Forse pur troppo il ver. De' miei nemici ei mendica il 

favore per quel che intendo, ed ha Romano il cuore.


ISMENE

Che possa, oh dei! 

Farnace d'attentato sì vil esser capace?


MITRIDATE

Tosto lo scorgerò. 

Vengano Arbate, i figli a me.


ARBATE

Gli hai presenti, o sire...


Scena Decima


(Recitativo)


MITRIDATE

Sedete, o Prenci, e m'ascoltate.


(siedono Sifare e Farnace)


E troppo noto a voi Mitridate, per creder, ch'egli possa 

in ozio vile passar più giorni ed aspettar, che venga qui 

di nuovo a cercarlo il ferro ostile. Il terribile acciaro, 

riprendo, o figli. E da quest' erme arene cinto d'armi, e 

di gloria l'onor m'affretto a vendicar del soglio, ma non 

già su Pompeo, sul Campidoglio.


SIFARE

Sul Campidoglio?


FARNACE

Oh van consiglio!-


MITRIDATE

Ah forse cinta da inaccessibili difese Roma credete, o 

vi spaventa il lungo disastroso sentiero? All'Asia non 

manchi un Mitridate, ed essa il trovi, Farnace, in te. 

Sposo ad Ismene i regni difendi, e i doni suoi: passa 

l'Eufrate, combatti, e la sua sette colli ov'io eretto avrò 

felicemente il trono di tue vittorie a me poi giunga il 

suono.


FARNACE

Ahi qual nemico nume si forsennata impresa può

dettarti, o Signor? Ma quanta de' tuoi regni parte 

illesa riman! Questa piuttosto sia tua cura a serbar. Se

t'allontani , chi fido resterà? Chi m'assicura del volubile 

Parto e come...


SIFARE

È giusto che là donde le offese vengono a noi, della 

vendetta il peso vada a cader. Solo ti piaccia a men 

canuta etade affidarne la cura, e mentre in Asia la viltà 

di Farnace ti costringe a restar, cedi l'onore di trionfar 

sul Tebro al mio valore.


FARNACE

Vana speranza. A Roma siamo indarno nemici. Al 

tempo, o padre, con prudenza si serva, e se ti piace, si 

accetti, il dirò pur, l'offerta pace.


MITRIDATE

Brami, Ismene di più? 

L'empio già quasi da se stesso si scopre.- 

E chi di questa è il lieto apportator?


Scena Undicesima


(Recitativo)


MARZIO

Signor , son io.


MITRIDATE

Cieli! Un Roman nel campo?


(si alza impetuosamente dal sedere,

e seco si alzano tutti)


SIFARE

Ei con Farnace venne in Ninfea.


MITRIDATE

Ed io l'ignoro! 

Arbate, si disarmi Farnace, e nel profondo della torre 

maggior, la pena attenda, dovuta a'suoi delitti.


(Arbate si fa consegnare la spada di Farnace)


MARZIO

Almen...


MITRIDATE

Non odio chi un figlio mi sedusse. Onde venisti, 

temerario, ritorna. Il tuo supplizio sopendo sol, perchè 

narrar tu possa ciò che udisti e vedesti alla tua Roma.


MARZIO

Io partirò; ma tuo malgrado in breve colei, che sordo 

sprezzi e m'invia, ritroverà di farsi udir la via.


(parte)


Scena Dodicesima


(Recitativo)


MITRIDATE

Inclita Ismene, 

oh quanto arrossisco per te!


ISMENE

Lascia il rossore a chi nel concepir sì reo disegno 

d'un tanto genitor si rese indegno.


N.15 Aria


So quanto a te dispiace

l'error d'un figlio ingrato:

ma pensa alla tua pace,

questa tu dei serbar.


Spettacolo novello

non è, se un arboscello

dal trono donde è nato

si vede tralignar.


(parte seguita da' suoi Parti)


Scena Tredicesima


(Recitativo)


FARNACE

Ah, giacché son tradito, tutto si sveli omai. Per quel 

sembiante che fa purtroppo il mio maggior delitto ad 

oltraggiarti , o padre, sappi, che non fui solo. È a te 

rivale Sifare ancor, ma più fatal; che dove ripulse io 

sol trovai, sprezzi e rigore, e di me più gradito ottenne 

amore.


N.16 Aria


(a Mitridate)


Son reo; l'error confesso;

e degno del tuo sdegno

non chiedo a te pietà.

Ma reo di me peggiore

il tuo rivale è questo.


(accennando Sifare)


Che meritò l'amore

dalla fatal beltà.

Nel mio dolor funesto

gemere ancor tu dei;

ridere a danni miei

Sifare non potrà.


(parte condotto via da Arbate e dalle guardie reali)


Scena Quattordicesima


(Recitativo)


SIFARE

E crederai, Signor...


MITRIDATE

Saprò fra poco, quanto creder degg'io. Colla in disparte 

ad Aspasia, che viene, celati e taci. Violato il cenno, 

ambi vi renderà a degni di morte. Udisti?


SIFARE

Udii. - 

Deh non tradirmi, o sorte.-


(si nasconde dietro al padiglione)


MITRIDATE

(fra sé)

Ecco, l'ingrata. Ah seco l'arte s'adopri, 

e dal suo labbro il vero con l'inganno si tragga.


(A Aspasia)


Alfin, Regina, torno in me stesso, e con rossor ravviso, 

che il volerti mia sposa al mio stato, ed al tuo troppo 

disdice. Grave d'anni, infelice, fuggitivo e rammingo 

io più non sono che un oggetto funesto, e tu saresti, 

congiunta a Mitridate, sventurata per sempre. Ingiusto 

meno egli sia teco, e quando guerra e morte parte a 

cercar, con miglior consiglio per isposo ad Aspasia 

offra un suo figlio.


SIFARE

Che intesi!-


ASPASIA

Oh ciel!-


MITRIDATE

Non è Farnace: Invano vorresti unirti a quell'indegno e 

questa destra, che tanto amai per mio tormento, solo a 

Sifare io cedo.


SIFARE

(fra sé)

Oh tradimento!-


ASPASIA

Eh lascia di più affliggermi, o Sire. A Mitridate so, 

che fui destinata, e so ch'entrambi siamo in questo 

momento all'ara attesi. Vieni.


MITRIDATE

Lo veggo. Aspasia: a mio dispetto vuoi serbar per 

Farnace tutti gli affetti del cuore ingrato. E già l'odio, 

il disprezzo passò dal padre al figlio sventurato.


ASPASIA

Io sprezzarlo , oh Signor?


MITRIDATE

Più non m'oppongo. La vergognosa fiamma siegui a 

nutrir; e mentre illustre morte in qualche del mondo 

angolo estremo vo' col figlio a cercar, col tuo Farnace 

tu qui servi ai Romani. Andiamo , io voglio di tanti 

tuoi rifiuti vendicarmi sul campo con darti io stesso in 

braccio a un vil ribelle.


SIFARE

Ah, seguisse a tacer, barbare stelle!-


ASPASIA

Pria morirò.


MITRIDATE

Tu fingi invano.


ASPASIA

Io, Sire? 

Mal mi conosci e poichè alfin non credo, 

che ingannarmi tu voglia...


SIFARE

(fra sé)

Oh incauta!-


ASPASIA

...Apprendi, 

che per Farnace mai non s'accese il mio cor, che 

prima ancora di meritar l 'onor d'un regio sguardo 

quel tuo figlio fedel, quello che tanto perchè simile 

al padre, e a te diletto...


MARZIO

L'amasti? Ed ei t'amava?


ASPASIA

Ah fu l'affetto reciproco, o Signor... Ma che? 

Nel volto ti cangi di color?


MITRIDATE

Sifare


ASPASIA

Oh Dio! Sifare è qui? -


SIFARE

(facendosi avanti)

Tutto è perduto.


ASPASIA

(a Mitridate)

Io dunque fu tradita, o crudel?


MITRIDATE

Io solo son finora il tradito. Voi nella reggia, indegni, 

fra breve attendo. Ivi la mia vendetta render pria di 

partir saprò famosa colla strage de' figli e della sposa.


N. 17 Aria


Già pietà mi spoglio

anime ingrate, il seno:

per voi già sciolgo il freno,

perfidi al mio furor.

Padre ed amante offeso

voglio vendetta, e voglio

che opprima entrambi il peso

del giusto mio rigor.


(parte)


Scena Quindicesima


(Recitativo)


ASPASIA

Sifare, per pietà stringi l'acciaro, e in me de' mali 

tuoi punisci di tua man la rea sorgente.


SIFARE

Che dici, anima mia? N'è reo quel fato, che ingiusto mi 

persegue. Egli m'ha posto in ira al padre, ei mio rival lo 

rese, ed or l'indegna via di penetrar nell'altrui cor gli 

apprese.


ASPASIA

Ah se innocente, o caro, mi ti mostra il tuo amor, non 

lascia almeno d'esser meco pietoso. Eccoti il petto, 

ferisci omai. Di Mitridate , oh Dio, si prevenga il furor.


SIFARE

Col sangue mio, sol che Aspasia lo voglia, tutto si 

sazierà. Ah mia Regina, sappiti consigliare: a 

compiacerlo renditi pronta, o almen ti fingi: alfine 

pensa, ch'egli m'è padre; a lui giurando eterna fede 

ascendi il trono, e lascia che nella sorte sua barbara 

tanto Sifare non ti costi altro che pianto.


(Recitativo accompagnato)


ASPASIA

Io sposa di quel mostro, in cui spietato amore 

ci divide per sempre?


SIFARE

E pur poc'anzi non parlavi così.


ASPASIA

Tutta non m'era la sua barbaria ancor ben nota. 

Or come un tale sposo all'ara potrei seguir: Come 

accoppiar la destra a una destra potrei tutta fumante 

del sangue, ahimè, del trucidato amante? No, Sifare, 

perdona, io più nol posso e invan mel chiedi.


SIFARE

E vuoi...


ASPASIA

Sì, precederti a Dite. A me non manca per valicar quel 

passo e coraggio, ed ardir; ma non l'avrei per mirar del 

mio ben le angoscie estreme.


SIFARE

No, mio bel cor, noi moriremo insieme.


N.18 Duetto


SIFARE

Se viver non degg'io,

se tu morir pur dei,

lascia, bell'idol mio,

ch'io mora almen con te.


ASPASIA

Con questi accenti, oh Dio!

cresci gli affanni miei,

troppo tu vuoi, ben mio,

troppo tu chiedi a me.


SIFARE

Dunque....


ASPASIA

Deh taci.


SIFARE

Oh Dei!


ASPASIA, SIFARE

Ah, che tu sol tu sei,

che mi dividi il cor.

Barbare stelle ingrate,

ah, m'uccidesse adesso

l'eccesso del dolor!


ATTO TERZO

Scena Prima

(Orti pensili)

(Recitativo)

MITRIDATE
Pera omai chi m'oltraggia, ed il mio sdegno più l'un
figlio dall'altro di distinguer non curi. Vadasi, e a cader
sia Sifare il primo... Ahi, qual incontro!

ASPASIA
(gettando via dispettosamente le bende suddette)
A terra, vani impacci del capo. Alla mia morte di
strumento funesto giacché nemmen servite, io vi
calpesto.

MITRIDATE
Qual furor?

ISMENE
Degno, o Sire, di chi libera nacque. I doni tuoi di
rendersi fatali disperata tentò, ma i numi il laccio
infransero pietosi. Ah se t'è cara la vita sua, se ancor
tu serbi in seno qualche d'amor scintilla, un ira affrena,
che forse troppo eccede e ciò, che invano per le vie del
rigor tenti ottenere, l'ottenga la clemenza.

MITRIDATE
E che non feci , Principessa, finor?

ISMENE
Nell'ardua impresa non stancarti sì presto. Fa ce il
cupido amante la ravvisa da lei, non il regnante.

MITRIDATE
Quanto mi costa, o Dio, l'avvilirmi di nuovo!
Ma il vuoi? Si faccia.

ISMENE
Ah sì: d'esempio Ismene, Signor, ti serva. Io quell'
oltraggio istesso che tu pur soffri, e non pretendo con
eccesso peggiore di vendicare il mio tradito amore.

N. 19 Aria

Tu sai per chi m'accese
quanto sopporto anch'io,
e pur l'affanno mio
non cangiasi in furor.

Potrei punirlo, è vero,
ma tollerò le offese,
e ancora non dispero
di vincere quel cor.

(parte)

Scena Seconda

(Recitativo )

ASPASIA
Re crudel, Re spietato, ah lascia almeno ch'io ti scorga
una volta sul labbro il ver. Non ingannarmi e parla: di
Sifare che fu? Vittima forse del geloso tuo sdegno ei
già spirò?

MITRIDATE
No, vive ancora, e puoi assicurar,
se'l brami, i giorni suoi.

ASPASIA
¿Come?

MITRIDATE
Non abusando della mia sofferenza, alle mie brame
mostrandoti cortese e nel tuo core quel ben, che mi si
deve, a me rendendo. A tal patto io sospendo il corso
all'ire mie. Del tutto, Aspasia, col don della tua destra
deh vieni a disarmarle.

ASPASIA
Invan tu speri, ch'io mi cangi, o Signor. Prieghi non
curo e minacce non temo. Appien comprendo qual sarà
il mio destin; ma nol paventa chi d'affrettarlo ardì.

MITRIDATE
Pensaci: ancora un momento a pentirti
t'offre la mia pietà.

ASPASIA
Di questa, o Sire, che inutile è per me, provi gli effetti
l'innocente tuo figlio. Il tuo furore di me quanto gli
aggrada omai risolva; ma perdendo chi è rea Sifare
assolva.

MITRIDATE
Sifare? Ah scellerata! E vuoi ch'io creda fido a me
chi ti piacque e chi tuttora occupa il tuo pensier?
No, lo condanna la tua stessa pietà. Di mia vendetta
teco vittima ei sia.

Scena Terza

(Recitativo )

ARBATE
Mio Re, t'affretta o a salvarti, o a pugnar. Scesa sul lido
l'oste romana in un momento in fuga le tue schiere ha
rivolte, e a queste mura già reca orrido assalto.

MITRIDATE
Avete, o Numi, più fulmini per me? Alla difesa corrasi,
Arbate. Del disastro mio tu non godrai, donna infedele:
addio.

N. 20 Aria

Vado incontro al fato estremo,
crudo ciel, sorte spietata;
ma frattanto un'alma ingrata
l'ombra mia precederà.

(parte, seguito da Arbate e dalle guardie reali)

Scena Quarta

(Recitativo)

ASPASIA
Lagrime intempestive, a che dal ciglio malgrado mi
scendete ad innondarmi il sen? Di debolezza tempo or
non è. Con più coraggio attenda il termine de' mali un
infelice: Già quell'ultimo addio tutto mi dice.

(viene un moro, il quale presenta ad Aspasia sopra una
sottocoppa la tazza del veleno)


(Recitativo accompagnato)

ASPASIA
Ah ben ne fui presaga! Il dono estremo di Mitridate
ecco recato. O destra, temerai d'appressarti al fatal
nappo tu, che ardita al collo mi porgesti le funi? Eh no,
si prenda,

(Aspasia prende in mano la tazza ed il moro si ritira)

e si ringrazi il donator. Per lui ritorno in libertà. Per lui
poss'io dispor della mia sorte e nella tomba col fin della
mia vita quella pace trovar, che m'è rapita.

N. 21 Cavatina

Pallid'ombre, che scorgete
dagli Elisi i mali miei,
deh pietose a me rendete
tutto il ben, che già perdei.

Bevasi...
Ahimè, qual gelo trattien la man?...
Qual barbara conturba idea la mente.
In questo punto ah forse
beve la morte sua Sifare ancora.
Oh, immagine funesta! Fia dunque ver?
No, l'innocenza i Numi ha sempre in suo favor.
D'Eroe sì grande veglian tutti in difesa,
e se v'è in cielo chi pur s'armi in suo danno,
l'ire n'estinguerà questo, che in seno
sacro a Nemesi or verso atro veleno.

(in atto di bere)
Scena Quinta

(Recitativo )

SIFARE
Che fai, Regina?

ASPASIA
Ah, sei pur salvo?

SIFARE
(gli coglie di mano la tazza e la getta per terra)
Ismene franse a tempo i miei ceppi.
Al suol si spanda la bevanda fatal.

ASPASIA
Non vedi, incauto, che più lungo il penar forse mi
rendi, e nuovamente il genitore offendi?

SIFARE
Serbisi Aspasia in vita, e poi del resto abbian cura gli
Dei. Per tua custodia, finchè dura la pugna, vengano
quegli armati.

ASPASIA
E mi lasci così?

SIFARE
Dover più sacro da te lontano, o cara, il tuo Sifare or
chiama. A Mitridate accanto la roterò la spada, ei
benchè ingiusto, ahi pur m'è padre! E se nol salvo
ancora, tutto ho perduto, ed ho la vita a sdegno.

ASPASIA
Oh di padre miglior figlio ben degno.

(parte seguita da soldati suddetti)

Scena Sesta

(Recitativo )

SIFARE
Che mi val questa vita in cui goder non spero un
momento di bene, in cui degg'io in eterno contrasto
fra l'amore ondeggiar, e 'l dover mio? Se ancor me la
togliete, io vi son grato, o Dei. Troppo compensa quei
dì, ch'io perdo, il vanto di morire innocente e chi in
sembianza può chiudergli d'Eroe visse abbastanza.

N. 22 Aria

Se il rigor d'ingrata sorte
rende incerta la mia fede,
ah palesi almen la morte
di quest'alma il bel candor.

D'una vita io son già stanco
che m'espone al mondo in faccia
a dover l'indegna taccia
tollerar il traditor.

(si ritira)

Scena Settima

(Interno di torre corrispondente alle mura di Ninfea.
Farnace incatenato e sedente sopra un sasso.)


(Recitativo)

FARNACE
Sorte crudel, stelle inimiche, i frutti son questi, che
raccolgo da sì belle speranze? Io più regni primogenito
erede siedo ad un sasso, e invece di calcar soglio ho la
catena al piede?
Oh cielo, qual odo, strepito d'armi...

(vedesi aprire nel muro una gran breccia, per cui entra
Marzio seguito da' suoi soldati).

A replicati colpi qual forza esterna i muri percosse ed
or gli atterra! E' sogno io mio o vegliando vaneggio?
Che più temer, che più sperar degg'io?

Scena Ottava

(Recitativo)

MARZIO
Teco i patti, o Farnace serba la fè Romana.

(viene sciolto Farnace e un Romano gli porge l'armi)

FARNACE
Ah, Marzio, amico, invano io dunque non sperai...

MARZIO
Dal campo in cui del tuo periglio, o prence, fui
spettator, uscito appena un legno trovo al lido e
v'ascendo. Arride il vento alle mie brame impazienti.
Al duce prima dell'armi, indi a' soldati io narro il fiero
insulto, i rischi tuoi. Ne freme quel popolo d'eroi,
chiede vendetta, e vola per Ninfea furibondo. Invan
contrasta allo sbarco improvviso e il primo io sono la
nota torre ad assalir. Fugati son dai merli i custodi e al
grave urtar delle ferrate travi crolla il muro, si fende, e
un varco al fine m'apron libero a te quelle rovine.

FARNACE
Oh sempre in ogni impresa fortunato
ed invitto genio roman! Ma il padre?

MARZIO
O estinto, o vivo, sarà dall' armi nostre il più illustre
trofeo. De' tuoi seguaci lo stuol disperso intanto salvo ti
vegga e t'accompagni al trono, di cui Roma il suo
amico oggi fa dono.

N. 23 Aria

Se di regnar sei vago,
già pago è il tuo desìo,
e se vendetta vuoi
di tutti i torti tuoi
da te dipenderà.

Di chi ti volle oppresso
già la superbia è doma,
mercè il valor di Roma
mercè quel fatto istesso
che ognor ti seguirà.

(parte col suo seguito)

Scena Nona

(Recitativo accompagnato)

FARNACE
Vadasi...Oh, Ciel, ma dove dipingo l'ardito piè? Ah vi
risento; o sacre di natura voci possenti, o fieri rimorsi
del mio cor. Empio a tal segno, no, ch'io non son e a
questo torno, Aspasia, Romani, io vi detesto.

N. 24 Aria

Già dagli occhi il velo è tolto,
vili affetti io v'abbandono:
son pentito, e non ascolto,
che i latrati del mio cor.

Tempo è omai, che al primo impero
la ragione in me ritorni;
già ricalco il ben sentiero
della gloria e dell'onor.

(parte)

Scena Decima

(Atrio terreno, corrispondente a gran cortile nella
reggia di Ninfea, da cui si scorgono in lontano i navigli
romani, che abbruciano sul mare. Nell'aprirsi della
scena preceduto intanto dalle sue guardie, e portato
sopra una spezie di occhio formato dall' intreccio di
vari scudi si avanza Mitridate ferito. Gli vengono al
fianco Sifare ed Arbate e lo siegui il rimanente delle
milizie)

MITRIDATE
Figlio, amico, non più. La sorte mia dall'amor vostro
esige altro che pianto. Se morte intempestiva tronca i
disegni miei, se a Mitridate spirar più non è dato, come
bramò dell'arsa Roma in seno, brando straniero almeno
non ha l'onor del colpo. Ei cade estinto ma di sua mano,
e vincitor, non vinto.

SIFARE
Perchè, avverso destino,
atto sì disperato prevenir non potei!

MITRIDATE
Per tempo ancora giungesti, o figlio. Hanno i miei
sguardi estremi la tua fè rimirata e 'l tuo valore. Per te
prostrate al suolo giaccon l'aquile altere- Presso a cader
poc'anzi del nemico in poter ebbi in orrore, che pria
morir, che d'incontrarla elessi. Potessi almen, potessi
egual premio a tant'opre...

Scena Undicesima


(Recitativo)


MITRIDATE

(a Aspasia)

Ah, vieni, o dolce, dell'amor mio tenero oggetto, e 

scopo di mie furie infelice. Ad esse il cielo non invan 

ti sottrasse, e puoi tu sola scontar gli obblighi miei. 

Scarsa mercede sarebbe a un figlio tal segreto e corona 

senza la destra tua. Dal grato padre l'abbia egli in dono, 

e possa eterno obliò frattanto cancellar dai vostri cori la  

memoria crudel de' miei furori.


ASPASIA

Vivi, o Signor, ed ad ambi almen conserva, 

se felice ne vuoi, il maggior d'ogni ben ne' giorni tuoi.


MITRIDATE

Già vissi, Aspasia.


(a Sifare)


Omai provvedi, o figlio alla tua sicurezza.


SIFARE

Ah lascia, o padre, che pria sul reo Farnace 

vada a punir...


Scena Dodicesima


(entra Ismene con Farnace che si getta a piedi

di Mitridate e detti)


(Recitativo)


ISMENE

Reo non si chiami, o Sire, chi reca illustri prove al regio 

piede del pentimento suo, della sua fede. Opra son di 

Farnace quegl'incendi, che miri. egli di Roma volse in 

danno quell' armi e quella libertà, ch'ebbe da lei, nè per 

tornare innanzi col bel nome di figlio al padre amato 

ebbe rossor di diventarle ingrato.


MITRIDATE

Numi, qual nuova è questa gioia per me! Sorgi, o 

Farnace, e vieni agli amplessi paterni.


(si alza Farnace e bacia al padre la mano)


Già rendo a te la tenerezza mia. 

Basta così: moro felice appieno.


N.25 Quintetto


SIFARE, ASPASIA, FARNACE,

ISMENE, ARBATE

Non si ceda al campidoglio,

si resista a quell'orgoglio, 

che frenarsi ancor non sa.

Guerra sempre e non mai pace

da noi abbia un genio altero,

che pretende al mondo intero

d'involar la libertà.


 


Konec

 
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